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Yeah Yeah Yeahs - Mosquito

Essere un convinto sostenitore del “voglio di più” a volte è controproducente: si aspetta con ansia il seguito, il follow-up, la novità e, il più delle volte, anche chi pensavi non potesse deluderti mai, ti frega.

 

Ok, dopo aver sparso un po’ di terrorismo psicologico possiamo iniziare a parlare di Karen O e dei suoi Yeah Yeah Yeahs. History first: gli YYYs sono una band indie-alternative/garage rock nuiocchese che entra sul mercato nel 2003 con quella piccola bomba che è Fever to Tell, e diventa subito culto di massa, complice anche gli eccezionali show live pieni di energia e del pazzo fashionismo della diva-cantante che indossa outfit sempre originali e altamente scenografici. Tre anni dopo è la volta di Show Your Bones, più levigato del predecessore e al contempo ancora più ruvido grazie all’accostamento di elementi prettamente garage a melodie più pop. Aggiungiamo tre anni e arriviamo a It’s Blitz, dove si aggiunge un’idea di elettronica al sound degli YYYs, che ci mostra un lato più commerciale e esteticamente decadente, ed è di nuovo capolavoro.

Passano altri tre anni e… non succede nulla. Panico! La regolarità precedente si è interrotta, inizio a immaginare che il gruppo si sia diviso, dispero di riuscire a vederli dal vivo, mi preoccupo perché non ci saranno altre Runaway, altre Honeybear, altre Pin. Il panico passa a fine 2012, quando la cantante Karen O annuncia che la band è al lavoro su un nuovo album che sarà pronto per il 2013. Anticipato dal singolo Sacrilege, l’album arriva sugli scaffali a metà aprile. Ed eccoci a noi.

L’album, come detto, viene anticipato dal singolo Sacrilege, uscito verso la fine di febbraio; gli YYYs sembrano aver optato ancora per la strada del post-punk riecheggiando le atmosfere di It’s Blitz. Ma, e qui iniziano le novità, l’intervento di un coro soul che da tre/quarti di canzone in poi cambia le carte in tavola. Sacrilege è anche la prima traccia dell’album, che prosegue con una lenta ballata sull’amore psicotico ambientata in una carrozza della metropolitana nuiocchese (Subway), con tanto di rumore di ferraglia ferroviaria di sottofondo. Il diversivo è interessante, ma la canzone troppo lenta mi sembra ammazzare subito il ritmo dell’album, gli toglie fiato, è un polmone.

Una certa ripresa si ha subito dopo con la tribale Mosquito, title-track dell’album, ma il ritmo ossessivo (un basso? Ma gli YYYs non hanno bassista!) dopo un po’ stufa e la canzone risulta piuttosto ripetitiva. La serie di ritmi ossessivi-compulsivi (lenti) sembra non arrestarsi, tanto che pure le due tracce seguenti riprendono questo filone da foresta pluviale infestata di zanzare (Under the Earth e Slave, con quest’ultima che è uno dei pezzi migliori dell’album), zanzaroni grossi che ronzano lenti e a bassa frequenza.

Iniziando a sudare freddo scorro tutto l’album una, due, cinque, quindici volte, cercando quella famosa molla che deve scattare; ma la molla, questa volta, pare proprio non esserci. Intendiamoci, l’album è molto piacevole, ben prodotto, con arrangiamenti interessanti; ma non è quella carica di dinamite che solitamente sono gli album degli YYYs. Manca la killer app, insieme a forse un po’ di rabbia: l’album sembra ruotare solo intorno alla figura di un deluso d’amore, un deluso passivo incapace di incanalare qualsiasi energia, che si rassegna all’apatia (These Paths).

Bisogna attende ben oltre la metà album per trovare un po’ di ritmo ed energia: Area 52 è un piccolo tripudio chitarroso di effetti speciali e Buried Alive potrebbe essere una traccia di It’s Blitz. Dura poco, però: le ultime tre traccie ci regalano nuovamente atmosfere assopite e lente che si chiudono in Wedding Song, un’elegia di amore e morte vagamente simbolica di tutto l’album.

Se non si fosse capito, il nuovo disco degli YYYs mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca; dopo tre capolavori era forse lecito aspettarsi qualcosa di più da questo Mosquito, che non riesce proprio a decollare. Non un brutto album, per carità, ma nemmeno quello che ci si poteva aspettare da una band della caratura e carica dei trio nuiocchese.

Etichetta: Dress Up - Interscope

Durata: 47 minuti

Tracce: 11

Pubblicato: 12/04/2103 

WWW:  http://www.yeahyeahyeahs.com/

Da ascoltare sull’album: Sacrilege, Slave, Buried Alice (feat Dr. Octagon)

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Widowspeak - Almanac

È una tranquilla sera di maggio; fuori piove, i lampioni evidenziano gli spilli di pioggia che rigano i vetri e formano cerchi nelle pozzanghere, e io sono al mio computer con un bicchiere di birra di fronte a me. È il momento ideale per ascoltare i Widowspeak?

Almanac è la seconda fatica del duo newyorkese (ma entrambi i membri sono originari di Tacoma nello stato di Washington), che ha fatto un paio di ospitate all’ultimo SXSW, e che segue l’omonimo Widowspeak del 2011. Abbastanza senza sorprese, l’album ripercorre alcune delle più recenti tendenze dell’arena indie-rock americano: arrangiamenti quasi minimal per chitarra, ritmi abbastanza dilatati e arpeggi diffusi.

Le atmosfere sono sull’atmosferico andante e ricordano alternativamente, anche nella stessa canzone, distese boscose dopo un temporale primaverile e aride piane estive dove a fatica trovano dimora sparuti arbusti. Questa doppia sensazione (sinestetica, e particolarmente personale, credo) è dovuta principalmente al tono scelto per la chitarra, abbastanza scarica di effetti, che suona a volta quasi come una steel-guitar dal sapore vagamente blueseggiante. Di sapore blues anche alcune melodie che si ripetono in maniera cadenzata, con la voce monotona di Molly Hamilton che ricama in accordo. Devil Knows è più che un tributo all’opera di Cat Power, per rimanere in tema.

L’altra metà dell’anima di Almanac è un incrocio tra prog e dream pop (esemplificativa in questo caso è Ballad of the Golden Hour) in cui le atmosfere più rarefatte prendono il sopravvento. L’anima più sperimentatrice del gruppo si appropria spesso di crescendo tonali e li accompagna con una produzione che opacizza e dilata gli spazi sonori, rendendo appunto quell’idea di rarefazione cui si è accennato precedentemente. La lentezza di buona parte dei brani, unita al cantato dolce e languido, riflettono questa sensazione, amplificando lo stato di trasognatezza che è proprio del dream-pop (e i Widowspeak interpretano il filone meglio dei Tame Impala, tanto per tirare fuori il mio gruppo preferito da massacrare). Certo, alcuni pezzi abusano della pazienza dell’ascoltatore (come Minnewaska).

Un album dolce e lento quindi, ma anche malinconico come quei sogni piacevoli che sfuggono dalle mani appena dopo il risveglio; non è forse un album per tutti i giorni o per tutti i gusti, ma ripaga nel tempo la costanza che gli vorrete dedicare. Decisamente adatto ad una serata di pioggia da passare di fronte alla finestra, con una birra in mano.

Etichetta: Captured Track

Durata: 41 minuti

Tracce: 10

Pubblicato: 28/01/2013 

WWW: http://widowspeak.bandcamp.com/

Da ascoltare sull’album: Ballad of the Golden Hour, Perennials, Dyed in the Wool

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Ra Ra Riot - Beta Love

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Rockdisco-indie: non so se sia una classificazione musicale che esista o meno (esisterà senz’altro: mica pretendo di essere originale, dopotutto), ma nel mio immaginario sonoro rappresenta quel filone di musica che fa ricorso a ritmi dance pur utilizzando una struttura musicale e strumentistica di stampo rock, coadiuvata da synth e/o campionamenti. Suvvia, siamo pur sempre pseudo-hipster da queste parti.

In questo neo-genere inserisco idealmente cose come i Two Door Cinema Club (i re dell’indie pop riempipista con drum machine); una certa parte della produzione dei Bloc Party; gli immortali MGMT - a proposito, attendiamo questo benedetto album nuovo; i Vampire Weekend; gli M83 (Midnight City anyone?); o, seppur su altri ritmi e temi, gli Sleigh Bells. Sento qualcuno che è svenuto! Diciamo che gli Sleigh Bells fanno il lento-violento della situazione, ecco. Sento che qualcuno è andato in coma.

Qualcuno dirà che sono pirla e che electro-pop forse è la dicitura che cercavo, ma io sono cocciuto e rimango della mia opinione.

Torniamo a bomba, qui si parla degli Ra Ra Riot. Il precedente The Orchard mi aveva lasciato un po’ a bocca asciutta, era un lavoro troppo patinato per essere indie-zozzo, troppo studiato, quasi matematico nella scelta degli arrangiamenti: il violino preciso proprio lì, il raddoppio del coro proprio là, il falsetto giusto in quel momento… troppo hipster in sostanza. La produzione troppo precisa e indirizzata ha reso ingessato un lavoro potenzialmente interessante, appiattendolo (non si nota nessuna canzone svettare sulle altre) e rendendolo algido e vuoto.

Il nuovo Beta Love è molto diverso. La violoncellista Alexandra Lawn ha abbandonato la band; la direzione artistica abbandona lo stile intellettual-chic per sonorità ballabili: pezzi veloci, melodie orecchiabili, pop d’accatto di qualità, fresco ed energico come un drink multivitaminico appena tolto dal frigorifero: disseta quando serve e va giù bene. Non è generalmente il tipo di musica per cui vado in visibilio, ma onestamente è un’opera prodotta con cognizione di causa e con idee. Non molte, ecco, ma abbastanza coerenti.

Iniziamo a dire quel che non va: la ruffianaggine. Pezzi come la title-track Beta Love o la tremenda Angel Please sono troppo noiosi per poter interessare chiunque e non vale cercare di mascherare la loro palese paraculaggine con synth à la Midnight City (M83) o con test melensi da brutta poesia liceale e ritmi upbeat fatti con il sintetizzatore. Intendiamoci, non è che il resto dell’album sia intellettuale, solo che non è così sfacciato e alcune cose denotano anche un certo studio dietro (When I Dream potrebbe essere la versione dei Depeche Mode di un brano new wave, anche se in realtà puzza di soul music lontano un miglio).

Alcune costruzioni funzionano meglio; Binary Mind è fortemente caratterizzato dalla voce di Wes Miles che arpeggia con le corde vocali sulla falsariga di Jonathan Higgs degli Everything Everything (altra band che ha prodotto musica che potrebbe essere classificata nel filone disco-indie, pensate a Kemosabe!); altre similità le trovo, forse più forti, in What I Do For U (sic), con quella spruzzata di Bjork che fa sempre dotto e fico. For Once è un divertissement barocco nella sua semplicità, anche se credo che mi sia piaciuto più perché la sezione ritmica mi ha ricordato molto quella di Laika degli Arcade Fire – tranquilli che le similitudini finiscono qui.

Per fortuna ci sono anche cose ottime: la repetitio con varatio tra When I Dream e That Much è azzeccata e si viene a creare un’unica traccia fluida, anche se un remix sarebbe forse auspicabile per sfruttare meglio questa continuità; un potenziale singolo AA, quelle robe ricercate da collezionisti e fancazzisti vari. I Shut Off è il classico singolo radiofonico: le linee vocali di Wes Miles risaltano su una base stile “cassa dritta e basso” (cit.), con gli arrangiamenti tenuti al minimo indispensabile per fornire supporto melodico; nel complesso funziona e, seppur non brilli in genialità, tiene incollati alla canzone e fa venire voglia di mettere il repeat.

Non ci troviamo di fronte al disco dell’anno; non si tratta di un’opera particolarmente ispirata o originale – tutt’altro; ma nel suo voler essere piacione e commerciale, di facile ascolto e party-oriented, è riuscito. Per tutti gli altri quest’anno ci sono gli Atoms For Peace e Steven Wilson. Rimane solo un dubbio: ma il Riot nel nome del gruppo, cosa c’entra?

Etichetta: Barsuk

Durata: 30 minuti

Tracce: 11

Pubblicato: 22/01/2013

WWW: http://rarariot.com/

Da ascoltare sull’album: When I Dream+That Much, I Shut Off, What I Do For U

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Aggiornamenti

Quattro giorni di vacanza da venerdì a lunedì (forse). Nuove recensioni in preparazione: Atoms for Peace, FASK, Bleeding Rainbow…

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Mice Parade - Candela

Iniziamo con un disclaimer: fino a quindici giorni fa non sapevo chi fosse Adam Pierce (un pezzo da 90: il presidente della Fat Cat Records e polistrumentista di primissimo piano) e non sapevo cosa fossero i Mice Parade, per cui tutti gli excursus storici su questa band (storica, ho scoperto: 7 album e quindici anni di carriera) sono per me off limits. Quindi niente comparazioni col passato ma solo quello che quest’album mi ha trasmesso.

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Un amico che viene da molto lontano, praticamente dall’altra parte del mondo, mi fa: “Got a new album for you. Have a listen to it”, e mi passa una chiavetta USB. Wow, mp3 di contrabbando, fico. La cartella dice solo Candela, con un po’ di google sulle tracce dell’album trovo anche la band, Mice Parade, e la copertina: un piccolo quadro in pseudo-decoupage finta-tempera: un figura nera che si allontana (o si avvicina) ad un portone illuminato, mentre le stelle brillano grandi nel cielo. I suoi gusti sono sempre interessanti.

Al primo ascolto penso: che strano, mi aspettavo una roba crepuscolare, malinconica, un po’ saudade, ma non triste, e guarda cos’ho: una roba crepuscolare, malinconica, un po’ saudade, che però non è triste; candela è nomen omen (trema nel buio come le atmosfere dell’album e si consuma come la notte), e la copertina suggerisce quel che il disco rivela: un cammino in quello spazio che non è giorno né notte - come possiamo dire se sia l’inizio carico di aspettativa di una attesa serata o la fine malinconica di una bella nottata?

Ci sono due elementi portanti in questo disco, che colpiscono subito, subitissimo: le chitarre, che fraseggiano a lungo tra melodie di derivazione latina (flamenco, tango, fado); e le percussioni, elastiche e ampie, che sembrano una presa diretta ad un concerto improvvisato. Anzi, di più: a volte sembra di ascoltare qualcosa che ricorda una jam session ricamata su melodie popolari, riprese in una strada dell’Havana o di Lisbona. Ma è tutto il contesto che richiama alla mente luoghi a noi distanti (sì, Lisbona è a tre ore di aereo ma nell’immaginario è culturalmente più esotica di Londra o Zurigo, if you know what I mean). 

Addentrandoci nella realtà di quest’opera, si può parlare più propriamente di pezzi di world music presi e inseriti in un contesto più ampio - un po’ come i quartieri di una città multietnica: continua a funzionare finché c’è un sindaco che gli dà un ordine sociale più ampio. Ecco: in questo album l’ordine (che è culturale) viene fornito dalla presenza dei due elementi ricordati all’inizio, le chitarre e le percussioni; si può dire che gli stessi testi, o forse meglio le voci, sono lo sfondo che narrano l’azione e non l’azione essa stessa (ne è l’esempio la registrazione vagamente distante dal microfono di Gisele Saad Assi nella title track Candela). 

Possiamo trovare un po’ di tutto: dal jazz all’afrobeat, dal flamenco alle scale e arpeggi dell’Estremo Oriente; tutto eseguito con una perizia e perfezioni così chirurgica che ben si contrappone all’idea di improvvisazione che buona parte dei ritmi usati vuole e può suggerire. Ma questo non è un disco di world music: come detto sono “pezzi” di world music presi e inseriti nel contesto della musica pop/rock (indie-pop/rock, via). In questo senso funzionano e non sembrano degli elementi estranei e buttati lì a casaccio, senza una coerenza o un ordine; e in questo senso il disco acquista forza ad ogni passaggio, perché può venire vissuto come un tutt’uno nella sua estrema varietà e diversità.

Nella sua pretenziosità tecnica, stilistica e culturale (ed è uno sfoggio di tutte e tre, questo album), Candela è tuttavia affatto arrogante: è il racconto di un viaggio, narrato in maniera sofisticata ma completamente naturale, perché il narratore è in pieno possesso di tutti gli strumenti per essere sofisticato senza risultare spocchioso o inutilmente ridondante (quasi sempre - in Pretending il ritmo ossessivo della batteria sul ritornello faccio un po’ fatica a capirlo!). Essere stati colpiti subito ed essere diventato un adepto di questo album credo che sia il miglior complimento e la miglior pubblicità per Candela: lasciatevi trascinare e adorerete le sua complesse ma intriganti sfaccettature musicali. 

In uscita a marzo in Europa, l’LP è praticamente già mio dovessi andare a comprarlo a piedi a Londra.

Etichetta: Fat Cat Records

Durata: 43 minuti
Tracce: 10
Pubblicato: 11/03/2013

WWW: http://www.facebook.com/miceparade

Da ascoltare sull’album: Candela, Currents, Las Gentes Interesantes, Listen Hear Glide Dear

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Bad Religion - True North

Mi aspettavo il solito disco di vecchietti punk, noioso e barboso. Ero partito senza pretese, se non di liquidare l’album in un ascolto con tre stellette a canzone su iTunes (che per me vuol dire “mediocrità, bene per sottofondo una volta all’anno se capita”). Maddeché!

I vecchietti sanno ancora tirare il collo per bene alle loro chitarre e sanno ancora picchiare su rullanti e grancasse. Ascoltarli è una gioia e, se non fosse che il vicino chiamerebbe la polizia in due nanosecondi, sarebbe da mettersi a pogare contro da soli la parete.

In realtà l’album, a parte la title track True North, parte effettivamente un po’ barbosetto, con una sfilza di canzoni senza infamia e senza lode che si potevano tranquillamente omettere dall’album (da Past Is Dead a Dharma and the Bomb, incluse).

Poi vi è un crescendo, che parte esplodendo nella lenta e bellissima Hello Cruel World e prosegue nel ritornello ipnotico di In Their Hearts Is Right (everybody, eveybody, everybody knows); non si ferma, va avanti: Dept. Of False Hope e Nothing to Dismay che suona come il più tipico degli inni punk.

La conclusione è buona, con due ottime canzoni (My Head Is Full Of Ghosts e The Island) molto tirare, supportate da una meno riuscita e non particolarmente coinvolgente Popular Consensus, ad aprire per la traccia finale Changing Tide che chiude in modo impeccabile l’album.

Su un album dei Bad Religion penso ci sia poca disanima stilistica da fare: è canzone d’impulso, di movimento; è punk, è da ballare, è da sudarci sopra, poche storie.

Etichetta: Epitath

Durata: 35 minuti
Tracce: 16
Pubblicato: 22/01/2013

WWW: http://www.badreligion.com/

Da ascoltare sull’album: True North, Hello Cruel World, In Their Hearts Is Right

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Foals - Holy Fire

L’11 febbraio  rimarrà segnato sul mio calendario come il giorno in cui tutto il mio web 2.0 (da Twitter a Facebook, passando per Tumblr e l’email) è impazzito per l’uscita del nuovo album dei Foals, Holy Fire. Dato che tutti ne parlano bene, e dato che il precedente Total Life Forever mi era piaciucchiato il giusto, perché non dargli un ascolto…?

I Foals sono una band britannica (originaria di Oxford: andiamo già sull’esigente), appartenente a quella galassia post-indie di suoni complessi, rock, arty per dirla all’inglese, ma non nell’accezione da fighetto accademico di musica asfittica e suoni sintentizzati ultraprodotti; alla band piace fare rumore e piace che la manopola del volume sia girata il più possibile verso destra, e soprattutto non disdegnano i festival e le arene.

L’album parte con un preludio musicale, che solo verso la fine accenna ad una voce: Yanni Philippakis esce dal torpore e inizia a gracidare con la sua voce stridula finché si spegne sul finale e si apre, separatamente, l’inizio del singolo Inhaler, pubblicato lo scorso novembre come anticipazione dell’album (e già allora mi era esploso il web 2.0).

Il brano cresce di intensità fino al culmine del ritornello: I can’t get enough space, space, space!, per ritornare con una struttura uguale ma resa più complessa da un arpeggio pizzicato alla elettrica di Jimmy Smith. Un lungo stacco solo strumentale segue il secondo ritornello: è questa l’anima del nuovo album dei Foals, una parte più rumorosa, carica, ritmata, e una più tranquilla, rilassata, quasi ambient.

C’è una certa voglia di ballabilità che percorre tutto l’album; My Number esemplifica questa necessità, nel ritmo veloce e nel ritornetto sostenuto da una potente linea di basso che ricorda molto i Foster. The People per dinamica e coinvolgimento; mi aspetto già migliaia di persone urlare, saltanto, You don’t have my number, we don’t need any trouble now nei vari festival all’aperto in cui gli inglesini suoneranno quest’estate.

Questo tentativo di mischiare new wave e post-punk con ritmi più dance è orecchiabile anche in Everytime o Providence (Depeche Mode anyone?); e la fusione di questi elementi con l’anima più art rock genera la forza di quest’album - un esempio è il groove di Late Night, che sembra fatta apposta per riempire gli spazi tra le canzoni più ritmiche e quelle più riflessive, con una doppia anima fatta di ritmo e di melodia che si alternano e si stratificano.

In tutta onestà, le tracce più lente e riflessive dell’album sono quelle che mi hanno convinto di meno, come Step, Milk & Black Spiders e la conclusiva Moon: si sente la mancanza della forza propulsiva che i momenti soft delle altre tracce riescono sempre a mantenere; mi lascia soprattutto perplesso l’aver accostato Step e Moon come conclusione all’album.

Holy Fire richiede dedizione e molti ascolti per essere assimilato nelle sue innumerevoli sfaccettature, ma al contempo è un lavoro che vuole e sa essere estremamente accessibile, consacrando il gruppo di Oxford come nuova colonna portante dell’art rock inglese da stadio.

Etichetta: Transgressive

Durata: 49 minuti
Tracce: 11
Pubblicato: 11/02/2013

WWW: http://www.foals.co.uk/

Da ascoltare sull’album: Inhaler, My Number, Eveytime, Providence

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Yo La Tengo - Fade

Yo La Tengo - Fade

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Ammetto senza vergogna di conoscere i Yo La Tengo solamente di fama; della loro quasi trentennale carriera arrivo vergine vergine al nuovo LP, Fade, uscito sotto etichetta Matador la scorsa settimana. Probabilmente non gli avrei mai dato un orecchio se su SPIN non mi si fosse aperta l’anteprima dell’album, quindi ringraziate il magazine americano per questo spreco di bit. 

L’album è il tredicesimo disco ufficiale della band americana ed è stato prodotto da John McEntire; segue di quattro anni il precedente Popular Songs ed è stato anticipato lo scorso settembre dall’EP Stupid Things.

La produzione è molto morbida, quasi onirica (alla Sunday Morning dei Velvet Underground, per capirci), anche nelle tracce più “heavy” come Paddle Forward; la traccia audio della voce è stata mixata volutamente bassa, al livello degli strumenti e dilatata con l’uso di qualche effetto eco molto mirato. 

C’è un non so che di Floydiano in alcune sfumature ritmiche e in alcuni effetti della chitarra - sarà suggestione, ma mi è parso di sentire echi di Meddle qui e là. Il folk la fa da padrone, e forse questo contribuisce all’idea di tempi dilatati e agresti: attenzione a chi ha in odio i ritmi lenti, perché quest’album non fa assolutamente per voi. 

Gli arrangiamente e l’organizzazione dell’album rievocano (e qui sto per dire una bestemmia!) certe atmosfere new-age di metà anni ‘90; se vi avvicinerete senza troppi pregiudizi il risultato finale risulterà molto piacevole, riuscendo ad essere rilassante e coinvolgente allo stesso tempo.

Bisogna comunque ricordare che siamo sempre sul versante pop della musica, con notevoli divagazioni folk (come in I’ll Be Around o The Point of It) e piccole concessioni alla psichedelia (Paddle Forward); non aspettatevi sitar, campanelli tibetani, ruscelli o altre amenità assortite. 

Come ha notato Anthony Fantano nella sua video-recensione, la cosa che colpisce dell’album è la coerenza e consistenza del lavoro nel suo complesso, che appare (suona!) solido e compatto dall’inizio alla fine.  

Qualche difettuccio comunque c’è: il più evidente è la ripetitività della struttura di ciascuna canzone - non vi sono particolari lampi di genio o innovazioni epocali. La compattezza e coerenza del lavoro potrebbe renderlo noioso a una (buona) parte del pubblico, ma credo che questo fosse un rischio calcolato da parte dei Yo La Tengo.

In sintesi un album convincente, rilassato e rilassante, da assaporare con calma e in solitudine.

Etichetta: Matador Records

Durata: 46 minuti
Tracce: 10
Pubblicato: 15/01/2013

WWWhttp://www.yolatengo.com/

Da ascoltare sull’album: Ohm, Paddle Forward, I’ll Be Around

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Air Cav - Don’t Look Indoors

Piacevolissima scoperta questi Air Cav (2011, Crystalline Records),gruppo inglese di Manchester: affiancano un sound molto potente, di derivazione post-rock (Mogwai) a sonorità folk-indie in cui si sente molto l’influenza dei primi Arcade Fire. Ottime musiche, la voce lievemente nasale di Chris Nield che suona a tratti come quella di Brian Molko e a volte come quella di Brett Anderson degli Suede.

Da non perdere la opening-track A Call To Arms e Branches. Potete trovare il cd in vendita sul sito della loro etichetta, Crystalline Records, ad un prezzo miracoloso di 5£+s.s.

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Skunk Anansie - Black Traffic

Nuovo lavoro in uscita per gli Skunk Anansie; dopo la reunion, il tour e l’album del 2010 Worderlustre, eccoli di nuovo entrare in studio per registrare il loro quindi album, Black Traffic. Non c’è alcuna rivoluzione; il suono è più o meno sempre lo stesso, non ci sono novità rilevanti, i testi sono i soliti, così come i suoni. Sembra così negativo, in realtà non lo è: pur essendo meno energetico di Wonderlustre né cattivo o rabbioso come i lavori degli anni ‘90, Black Traffic è un disco rock-pop con un vago sentore alternativo, adatto agli adolescenti degli anni ‘90 che ora sono i trentenni che hanno sposato i suoni tranquilli, radical chic e impegnati di Bon Iver.

Segnalo I Believed In You che suona come una outtake di Wonderlustre - l’idea è che sia stata composta nello stesso periodo.

Buon intrattenimento per chi ha voglia di alzare il volume.